Ancora che odio quando qualcuno mi scrive “ottimo”, perché lo usavi tu, e significava “il discorso è chiuso”, era espressione della tua necessità di avere sempre l’ultima parola, per vederti riconosciuto il ruolo di chi mette il punto finale, di chi sospende il dialogo, di chi uccide i tentativi di spiegare e comunicare.
Ricordo quando rabbrividivi alla sola ipotesi di accorciare i capelli anche di pochi centimetri, e quando mi hai detto che li avresti tagliati, che avevi trovato il coraggio, e non ti ho creduto nemmeno per un secondo, hai sorriso e devi aver pensato che ti conoscevo bene. E non era vero, ma qualche illusione possiamo concedercela.
e il canto passa ed oltre noi dilegua.
E così, piange, poi che giunse anelo
piange dall’occhio nero come morte:
piange dall’occhio azzurro come cielo.
Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)
nell’occhio nero lo sperar, più vano:
nell’occhio azzurro il desiar, più forte
Egli ode belve fremere lontano,
egli ode forze incognite, incessanti
passargli a fronte nell’immenso piano,
come trotto di mandre d’elefanti.
— Giovanni Pascoli, “Alexandros”, da “Poemi conviviali”
— Anaïs Nin, “Seduzione del Minotauro”
— Henry Miller, “Tropico del Cancro”
Che forse è più produttivo cucinare una torta di mele che cercare compagnia, quindi mi dedicherò a quello.
Non te l’ho detto il giorno in cui mi scrivesti per informarmi che avevi concluso la lettura di “Alla ricerca del tempo perduto”, libro di cui anni prima ti avevo parlato con entusiasmo, che mi avevi sorpresa, e lo fai ancora, lo farai sempre, anche se non siamo più noi.
Apatia domenicale, che avrei anche voglia di comunicare, ma non so né con chi né circa cosa.
Troppo spesso concediamo siano gli altri a condurre le redini nei rapporti. Ci ritraiamo come per sottrarci a eventuali delusioni derivanti da nostre iniziative non proficue, e ci diciamo che, lasciando sia qualcun altro a decidere, non soffriremo non venendo assecondati nell’impegno.
— Cesare Pavese, “Il carcere”
A volte quasi mi sorprendo della dose di pazienza che riesco a manifestare nei confronti di molesti interlocutori, soprattutto quando sono uomini e vorrei tanto dichiarare loro il mio totale disinteresse per la materia, invece mi trattengo sempre, estendendo il mio limite di sopportazione.
Impiegare un quarto d’ora per tradurre poche righe di Cesare dal “De Bello Gallico” è l’evidente dimostrazione che due anni di inattività sono sufficienti a rendere inetti nella traduzione.
— Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”
